

"...la gemella del Cane all’orizzonte
celata nel profondo dello spazio
e Sirio solamente brilla ancora...

Restò nel buio, lasciando che ogni scena riemergesse in lei. Fu sopraffatta dalla nitidezza con cui riusciva a ricordare ogni minimo particolare.
Si trovava in un grande giardino, accanto a sé poteva scorgere fiori e fili d’erba, alberi in lontananza e anche il riflesso del mare all’orizzonte.
Una musica pervadeva il silenzio con sonorità mai udite prima a diffondere quella melodia che conosceva tanto bene, era la sua preferita, il Largo Adagio dal Serse di Haendel, leit- motiv di tutta la sua vita.
Le veniva incontro e il suo passo si adattava alle cadenze musicali come in una danza,
era di una bellezza affascinante, il viso era proprio quello che lui aveva come avatar sul suo blog, solo che pareva illuminato dall’interno, tutto il suo essere emanava luce, e profumo, e virile energia.
Aveva voglia di fuggire, mentre il suo cuore pareva non dovesse reggere la piena di sensazioni che le esplodeva dentro. Il suo corpo che reclamava carezze e passione mentre le braccia di lui si aprivano già per un abbraccio…
Estasiata da tanta avvenenza, ma anche sgomenta, lei provò l’impulso di nascondersi, cercando invano un anfratto, un’ombra in cui trovar riparo.
Intanto lui avanzava chiamandola (e la sua voce era un canto), con nomi nuovi, nomi soavi modulati in una lingua sconosciuta eppure da lei compresa.
Le fu accanto, la prese tra le braccia e la strinse a sé in un abbraccio in cui sentì di perdersi.
Ma mentre tutto il suo essere cedeva e si fondeva con quello di lui, un frammento di lei si affannava a ricoprire pudica ogni parte del suo corpo che intanto lui delicatamente scopriva.
Oh, no, pensava, non il mio seno cadente, sotto le sue mani. No, non i miei fianchi ingrossati e il mio ventre smagliato sotto le sue carezze, no, mai.
E non il mio viso solcato di rughe al suo bacio…no, no e poi no.
Così, quel frammento pensava, tentando di sfuggire all’abbraccio.
Ma lui la teneva forte, stretta a sé, placandone l’ansia con infinita dolcezza.
Intanto la guidava verso la vasca di una fontana che si era come materializzata e, malgrado i suoi vani tentativi di sottrarsi, lui la sospingeva sorreggendola sullo specchio dell’acqua…
Entrambe le figure rifulgevano adesso sulla superficie riflettente, lui con la sua stupefacente bellezza, e lei meravigliosamente giovane, una silfide dal corpo d’avorio, i lunghi capelli a incorniciare un viso di madonna.
Si abbandonò completamente al suo abbraccio e sensazioni mai provate prima sconvolsero i suoi sensi, mani che non smettevano di carezzare ed esplorare, in una fusione di corpi e di sentimenti, in cui sembrava fondersi la loro stessa essenza.
Ancora stravolta dalle sensazioni del sogno, accese la lampada sul comodino e prese carta e penna con la mano un po’ deformata dall’artrite. Sulla parete di fronte, nello specchio della toletta, si rifletteva parte del letto e, appoggiata ai cuscini, un’attempata signora dai capelli bianchi intenta a scrivere.

L’appuntamento è alle dieci di sera, direttamente in camera.
Calcolato al minuto ogni preparativo, ventiquattrore pronta, mutande, calzini, camicia, spazzolino. Il flaconcino delle pillole preziose nel beauty, colonia spray.
Un paio d’ore ancora, il tempo di farsi la doccia, vestirsi e chiamare un taxi.
- Ehi! Come stai messa?-
- Bene, e tu?
- Benissimo, pensavo a te, alle nostre telefonate, alle nostre chat…
- Ah! E allora?
- Allora pensavo che, se ti va, potremmo divertirci un po’.
- Uhm, così all'improvviso…
- E dai, sapessi che voglia ho di te! Non faccio altro che immaginare i tuoi seni, ho stampate in mente le foto che mi hai inviato.
- Ma se sono sempre più che mai velate!
- Proprio per questo, mi eccita il tuo mistero.
- Ma va là…
- Se fossi lì con te ti bacerei tutta, ti …
E giù tutta la sequela delle specifiche attenzioni dedicate dalla sua bocca al corpo di lei. Nessun risparmio di particolari. Nessun anfratto trascurato.
Lei si sente coinvolta, risponde a tono.
La conversazione si fa rovente, lei sempre più presa dalla performance e lui sempre più su di giri…Paroline dolci, appellativi suadenti…
Ovviamente finisce nella solita telefonata di ansiti e sospiri. Risata finale.
Uffa, l’effetto della pillola è ancora visibile e tangibile. Uffa ancora!
- E dai!. Io ho ancora tanta voglia di te! Mi sei mancata, ho avuto sempre in mente la tua voce, al solo pensiero mi …lo sai no?
- Sì, cheri, mi piace, anche a me piace ascoltare la tua voce, specialmente quando…
Lui si sveglia che il sole gli batte sulla faccia, dalle tende aperte vede l’orologio della torre, si stropiccia gli occhi: le dieci!
Avrebbe dovuto già essere in galleria, la presentazione del suo vernissage sarà già cominciata. E lei...
In un attimo realizza tutto.
Si veste di corsa, afferra le sue cose, non trova il cellulare, ah, ecco, lo aveva lasciato nel bagno, è completamente scarico.
Gira la chiave, sta per uscire, lo sguardo gli cade sul foglietto , lo raccoglie, lo legge: “Addio, stronzo”.

Di fronte al molo, una piccola sporgenza biancastra, piatta, spiccava tra gli scogli sotto il lungomare. Alla luce del sole risaltava come se fosse estranea al resto delle rocce.
Una figurina vi stava distesa, sembrava dormisse.
Alcuni gabbiani sorvolavano la spiaggia emettendo stridule grida, ogni tanto planando sulle onde per poi dirigersi quasi in picchiata sulla scogliera.
Da questa parte , affacciati al muraglione , si poteva osservare il profilo del colle sovrastante il porticciolo dei pescatori e le case disseminate sul litorale.
Era già trascorsa mezz’ora, e la sagoma sulla roccia non aveva cambiato posizione.
Una barca rientrava col pesce appena pescato, approdò sotto di noi e attrasse la nostra attenzione…scendemmo per vedere le cassette che i pescatori scaricavano sulla riva. Poi qualcuno propose un gelato e ci avviammo verso il solito bar prospiciente la darsena.
C’era poca gente in giro, alcuni vecchi dalle mani callose e annerite di nicotina giocavano a carte fumando e imprecando seduti ai tavolini di metallo, tra cordami arrotolati e sedie impilate, all’interno un ragazzo sciacquava tazzine e le appoggiava capovolte a scolare. Ci intrattenemmo a parlare della casa dei miei nonni, in vendita da qualche settimana, da quando cioè anche la nonna se ne era “andata” e che, sembrava, avesse trovato un acquirente, un pittore straniero che già da tempo viveva in paese. Se ne dicevano di cotte e di crude su di lui , ma a noi interessava soltanto che la vendita si facesse. Dopodichè, forse, noi cugini e i nostri rispettivi genitori, non avremmo avuto più la necessità di frequentare l’isola.
Stavamo tornando sul camminamento del molo, quando non potemmo fare a meno di osservare la figurina sugli scogli, immobile, nella stessa posizione in cui l’avevamo notata ore prima…
Di comune accordo decidemmo di attraversare la spiaggia e risalire dal lato opposto.
Il sole stava calando e la luce radente mutava le forme degli scogli, così ci affrettammo.
Giunti sul posto ci affacciammo tra le barre di ferro dell’argine di cemento per osservare sotto di noi, reclinata sul fianco, una forma vagamente somigliante a un delfino, rosea, con le gambe congiunte a formare una sorta di pinna caudale, giaceva senza segni di vita.
Ci calammo dagli scogli, puntellandoci con le gambe e con le braccia fino a raggiungere la strana creatura. Due grandi occhi si aprirono imploranti su di noi, il respiro soffocato quasi un rantolo, udimmo le parole, credemmo di udire le parole, quelle che ci esortarono a spingerla in mare. Con tutta la delicatezza che ci fu possibile, la sollevammo e l’ adagiammo nell’acqua.
La vedemmo guizzare ed allontanarsi negli ultimi riflessi del sole ormai tramontato.
Alcune persone, intanto, si erano affacciate e scrutando verso di noi si scalmanavano gridando:
- Guagliooo’! Uhé, guaglioni, che state facenno?
- Niente, nun stammo facendo niente… -
- Mbeh, saglite e jatevenne, ca se fa’ notte!...
Alcune braccia ci aiutarono a scavalcare il parapetto, ci fu raccomandato di tornare subito a casa.
Non parlammo fra di noi, non riferimmo mai l’accaduto ai nostri genitori, qualcosa ci impedì sempre di farlo.
Questa estate, sono tornato all’isola, ho sostato sulla piazzetta, davanti al bar, ho guardato a lungo la scogliera, la roccia piatta sporgente…un vecchio pescatore si è avvicinato e, come sovrappensiero, mi ha detto:- Ah, lllà ‘nce steva ‘a statua de ‘na sirena , ma tantu tiempo fa , ‘na matina, ‘’ncoppa alli scogli, truvarono sulamente ‘na scarpa -
L’avevo persa io.

Corro e corro ma quando arrivo alla fermata il pullman chiude le portiere e riparte. Ho sotto braccio i libri legati con l’elastico blu.
Se aspetto il prossimo faccio tardi a scuola. E non mi faranno entrare nemmeno alla seconda ora.
A casa è meglio non tornare, sennò Gennaro si arrabbia e giù mazzate.
Anche se mamma si mette in mezzo, lui non sente raggioni, anzi, piglia a mazzate pure a lei.
Ma forse è meglio che torno a casa, può essere che lui è andato alla parrocchia a fare volontariato. E così, posso mettermi a giocare con Titina.
A me piace vestirla, prepararle il pane con lo zucchero e quando cade e si graffia soffio sulla “bua” mentre le dico che è già passata. E lei mi fa una risatella mocciolosa , si asciuga il naso con la manica e scuote tutti i suoi riccioli neri. Da quando è nata la mia sorellina, mammà non è più la stessa, ha smesso di pettinarsi, di vestirsi con le camicette a fiori che le piacevano tanto, non va nemmeno a trovare la commare Assunta per aiutarla a confezionare i fiori di carta. E’ diventata secca secca, sta sempre seduta davanti alla porta della cucina a guardare chi passa. Se pure qualcuno la saluta, lei non risponde e chiude subbito gli scuri. Pure con me non parla quasi mai, mi dice solo se ci sta qualche altra cosa da fare e se so dove sta Titina. Dopo che ho pulito vado a vedere se sta sempre nel vicolo, a giocare con gli altri bambini dei “bassi”.
Sempre così, tutti i pomeriggi, quando torno da scuola.
Poi scopo il pavimento, per fortuna è solo una stanza dove ci sta la cucina, la tavola e il letto.
Mi metto a cucinare i vermicelli con la pummarola, come li vuole Gennaro. Mammà si sbaglia pure col sale, oppure si brucia quando scola la pasta. Quando la portarono al pronto soccorso dissero che era una ustione di secondo grado
Mamma sta così da quando tornò dalla piazza del mercato, con Titina in braccio, contenta perché aveva venduto tutte le sigarette di contrabbando prima che arrivava la polizia a scassare la bancarella e arrubbarsi tutti i pacchetti. Aveva la faccia rossa ma era proprio bella assai.
Entrò che io stavo con la testa per terra, schiacciato contro il pavimento… mentre cercavo di scappare alle solite mani schifose di Gennaro, che mi teneva stretto per il collo e mi teneva fermo sotto a lui. Mammà si mise a strillare, poi come una tigre lo voleva afferrare, e scippare da sopra a me, ma non ce la fece. Gennaro continuava sotto agli occhi suoi, e la minacciava col coltello a serramanico a forma di gobbo, che teneva stretto in mano. Mamma si era fatta come una pietra con Titina che succhiava attaccata al petto, e lui gridava che se non si stava zitta ci avrebbe pensato lui pure alla piccerella…e che a me, se parlavo nessuno mi avrebbe creduto, perché tanto lo sapeva tutto il vicolo che già ero ricchione.
E che pure mio padre, se non era che stava in carcere, mi avrebbe pigliato a mazzate.
Da quel giorno mammà se ne sta seduta dietro la porta del “vascio” ad aspettare che torno da scuola. Qualche volta Gennaro mi lascia in pace.
Adesso, per tornare, ho fatto di corsa le scale del Calascione, una scorciatoia che dalla piazza arriva fino al vicolo.I potecari (bottegai) stanno aprendo le serrande e quasi tutti gli ambulanti cominciano a “dare la voce”. Mi guardo intorno, ma non vedo Titina con i suoi compagnucci. Mi pare strano, a quest’ora di mattina sta sempre di fuori a giocare con loro. Chiedo ad una vicina di casa che ci fa il favore di “guardarla” se l’ ha vista e lei mi risponde che è quasi mezzora che è entrata nella casa nostra. -
Respiro di sollievo…la porta è accostata, gli scuri chiusi, do la solita spinta col piede per entrare…Mammà sta seduta con Titina in braccio con la faccina sporca e bagnata di lacrime. A terra davanti a lei, tanto sangue, Gennaro senza calzoni. Il gobbo di madreperla gli esce dalle spalle all’altezza del cuore. Mammà mi guarda: - Vuleva pure a piccerella, chillu ‘nfame. – Intanto si è alzata e le accarezza i riccioli. - Jamme, Peppino, jammuncenne subbeto ‘a ccà. Mo’ pure tu puo’ sta’ quieto (Voleva anche la piccolina, quell’infame. Andiamo, Peppino, andiamocene subito via di qua. Adesso anche tu puoi stare tranquillo.)
Il grande pino ombreggiava la facciata della casa.
Se ne poteva scorgere la chioma scura oltre l’alto muro di recinzione, arrivava al primo piano e ne sfiorava la balconata.
Lui ci passava davanti ogni giorno, ed ogni giorno vedeva la figura rannicchiata sotto l’albero, completamente avvolta dal plaid scozzese che ricadeva quasi a nascondere la sedia a rotelle.
Gli era diventato abituale soffermarsi un attimo al cancello, fare un breve cenno con la mano alla ragazza di cui scorgeva parte dei capelli biondicci e parte del viso smunto.
Così, tutte le mattine.
Erano ormai quasi due anni che lui abitava in quella strada, e la donna era sempre là, tutte le mattine.
Nelle giornate di pioggia c’era un grande ombrello piantato nel terreno a ripararla.
Talvolta una vecchia raggrinzita si affacciava dalla balconata, lo sguardo indugiante verso il pino, come a vigilare. E subito si ritraeva dietro le persiane.
Lui spesso si sorprendeva a escogitare qualche sistema per fare amicizia con la ragazza che, a parer suo, doveva sentirsi alquanto sola. Non aveva mai visto qualcuno accanto a lei, e poi doveva essere ben triste patire oltre l’immobilità anche la solitudine.
Ma il pesante cancello, sempre chiuso, l’aria stessa che aleggiava intorno all’infelice, lo respingevano fino a farlo desistere.
Ogni giorno un piccolo cenno della mano, esiguo invito all’avvicinamento, e via, senza voltarsi indietro.
Quello che successe poi, lui non riusciva a ricordarlo chiaramente, tanto fu rapido il susseguirsi degli avvenimenti. Nella sua mente confusa ritornava soltanto l’odore acre del fumo e il crepitare secco dei rami che si incendiavano: l’albero aveva braccia di fiamma che si tendevano contorcendosi verso il cielo
Si era fiondato a scalare e scavalcare, senza saper come, il cancello, aveva percorso di furia il viale fino alla sedia, aveva afferrato la donna sotto le ascelle e tirato, disperatamente tirato, tentando di sollevarla per sottrarla alla pioggia di scintille, nell’aria ormai irrespirabile.
Il tronco del pino ardeva crepitando, in una vampa resinosa e scricchiolante.
Già la coperta aveva preso fuoco.
Lui la spinse da parte…URLO’…Il fuoco si appiccò ai capelli della giovane, ne avviluppò il viso che sparì nel fumo.
Lingue di fuoco serpeggiarono lungo il corpo immobile…bruciarono le braccia e le spalle…la fiamma discese scoppiettante giù per le gambe, lignee, contorte, congiunte alle radici, ramificate oltre la sedia, abbarbicate all’ albero.
Richiuse la porta alle sue spalle, le ricette ancora in mano, fermo sul pianerottolo davanti allo studio del cardiologo di fama.
Mi raccomando, queste le ultime parole del luminare, continui a rispettare le prescrizioni: niente sforzi, niente sale, niente grassi, niente alcool, via le sigarette, lontano da emozioni forti e via di seguito…
Il farmaco è ancora in fase sperimentale, ma pare che stia dando ottimi risultati, almeno per i primi tempi, poi occorrerà aggiustare la posologia oppure cambiarlo (se non facesse più effetto come accorgersene? ah, sì, se si sentirà male come l’ultima volta: di corsa al pronto soccorso)…Però ci stava lasciando le penne, riacciuffato per miracolo…
Speriamo solo che il suo organismo reagisca positivamente.
Spera nella sua efficacia a lungo termine.
Di questo sorride, chi se ne frega. Sono anni che non fa parte delle sue attività, anzi, decenni.
La sedentarietà l’ ha costretto a rifugiarsi nella sola attività che non richiede sforzo, seduto davanti al pc, a scrivere poesie e racconti e a navigare in rete.
Mai stato così in contatto con il mondo, siti che trattano di tutto e di tutti, la realtà dei blog, conosce pittori e pittrici, scrittori e scrittrici, giornalisti, lettori…un intero mondo da scoprire e frequentare.
E poi l’ Incontro. Non adopera parole grosse, non vuole neppure pensare che sia amore.
Ma qualcosa è, visto che fa fremere ogni cellula del suo corpo, ogni sfaccettatura della sua anima.
Lei è il sogno della sua vita, la donna che avrebbe voluto avere al suo fianco, l’intelligenza e la gentilezza fatte persona. È arguta, colta, sottile, è affascinante sotto ogni aspetto. Scrive romanzi e poesie.
Anche fisicamente corrisponde al suo ideale, l’ha vista solo in fotografia, ma gli è bastato, le sue labbra vorrebbe sentirle sulle sue.
Scatta ancora qualcosa, perché non conoscersi meglio? Già sarebbe davvero il massimo!
La chat, il dialogo prende la piega erotica, lui sa che sarebbe meglio sottrarsi, riportare tutto nei binari dei discorsi generici e culturali. Ma qualcosa lo tiene inchiodato davanti al pc. Stranamente, lui non vi è abituato, è lei a proporre un gioco: visto che non potranno mai frequentarsi di persona, questo è chiaro ad entrambi, ciascuno ha la sua vita consolidata cui non può sfuggire, allora, visto che non è possibile darsi altro a vicenda, perché non inviarsi almeno le foto, del viso, delle mani, del petto, delle gambe, del corpo, e poi…
E perché, alla fine è proprio lui a chiederlo,di osare anche di più?
Dai, tesoro, non abbiamo altro che questo per amarci…
Allora l’appuntamento serale, al telefonino, raccontarsi ciò che si prova,…oh…sensazioni assolutamente dimenticate…ma è davvero lui a sentirsi fremere in ogni parte del corpo? È davvero il suo corpo che sente risvegliare organi che pensava ormai atrofizzati?
No, non può crederci, non è possibile sentire ancora il languore della gioventù scorrere nel sangue…Ha un’età in cui queste cose non possono essere nemmeno proponibili…
Altra cosa per lui inspiegabile è che lei lo fa sentire desiderabile, lui, che non si piace nemmeno un po’, che per inviargli le foto di alcune parti del suo corpo ha cercato penombra discreta, perché ogni cosa apparisse meglio della realtà che lui considera uno sfacelo.
Poi la capitolazione totale: dirsi ogni cosa possibile (lei ha dei tabù che lui rispetta) per eccitarsi e raccontarsi come accade, e poi finire per telefonarsi fra i sospiri…
Siamo pazzi, dice lui…mi dispiace averti spinto oltre le tue richieste.
Non devi, esclama lei, l’ho voluto anch’io…
Già, però io non vorrei coinvolgerti in una storia che mi fa sentire inadeguato…la mia età sarà sempre una barriera tra noi.
Questo non deve essere un rifiuto a vivere quello che ancora è possibile e piacevole, insiste lei. Del resto non togliamo niente a nessuno e facciamo solo del bene a noi stessi.
Si esagera, anche. La prima volta lui è stato male, hanno dovuto chiamare la guardia medica…il cuore un po’ troppo su di giri.
Bisognerà smettere, pensa, il rischio è troppo grande.
Ma non è possibile smettere…non gliene importa più niente di morire, preferisce così, che accada mentre si sente vivo.
Tutto si stabilizza, la cosa va avanti.
Lui non sa davvero da dove scaturisca questa nuova energia che gli si propaga come una fiumana di fuoco nelle vene, non si rende conto di cosa stia accadendo al suo corpo, sa soltanto che sono sensazioni talmente forti che spesso il suo cuore sembra non farcela…ma invece resiste, resiste e resiste allo sballo.
Si sorprende a scrivere cose che mai avrebbe supposto di poter esprimere liberamente ad una donna ed anche lei, adesso, ha adottato un linguaggio molto esplicito.
E tutto procede.
Visita di controllo semestrale, preso l’appuntamento dal cardiologo.
È piuttosto preoccupato, chissà in che condizioni lo troverà, chissà quale sarà la diagnosi. Forse dovrà rinunciare alla sua bella storia, al suo ritrovato ardore, alla sua nuova vita…Oppure dovrà raccontare tutto, cosa che non desidera fare.
Auscultazione, elettrocardiogramma, ecografia. Attende in anticamera il responso.
Tutto bene, esordisce il medico, siamo stati fortunati, il farmaco ha dimostrato la sua efficacia al cento per cento. Ha un cuore che funziona al meglio, viste le passate sue condizioni, battito netto e forte come quello di un giovanotto…scommetto che ha seguito in pieno le prescrizioni, riposo, niente eccessi, niente emozioni forti. Mi congratulo vivamente, lei è davvero un paziente ideale.